martedì 31 ottobre 2017

Solo uniti si vince

Di anni oggi ne ho 53, da dieci faccio politica attiva a livello locale (con le mie piccole soddisfazioni), da quando portavo i pantaloni corti seguo la politica e mi "faccio" le mie idee seguendo quanto mi suggeriscono cervello e istinto.

Da almeno trent'anni sono convinto che questa struttura di Stato (anche di Europa) sia una lesione ai miei diritti fondamentali di sopravvivenza, me lo certifica ogni giorno di più la fatica a far quadrare il mio bilancio familiare di fronte a tasse e balzelli, di fronte a bollette e spese varie, di fonte a continui tagli ad una vita dignitosa, il tutto per mantenere un apparato macchinoso, burocratico e mangiasoldi.

Sarà anche un ragionamento fin troppo lineare ma sono convinto che più vicino a casa mia sia il mio amministratore più io lo posso controllare e più lui si deve preoccupare della mia vigilanza. Da sempre sono convinto che più piccolo è il recinto e meno bestiame da foraggiare ci entra, che più sono vicino alla mia amministrazione e meno territorio essa controlli più io sia in grado di venire a conoscenza delle politiche e delle pratiche amministrative.

Di fondo sono un indipendentista (va detto), ma sono anche un realista e so che l'Indipendenza, quella vera, in queste lande del Nord Itaglia è un mero miraggio; si tratta di una speranza che in pochi purtroppo coltiviamo.
Da realista mi rendo conto che meno utopico è il sogno di un' Autonomia Fiscale da andare a cercare di concretizzare.

Qualche giorno fa in Lombardia e Veneto abbiamo votato un Referendum, che per propria natura smuoverebbe ben poco, ma che ha lanciato un messaggio chiaro a questo Stato.

Il 50% degli abitanti di due delle regioni più produttive "itagliane" ha mandato un chiaro messaggio a Roma, la metà dei Lombardoveneti (ritengo la parte che congloba le istanze delle partite IVA, dei pensionati e dei dipendenti privati) hanno detto: SIGNORI CI SIAMO ROTTI IL CAZZO!!!

Ora certamente la quadra è dura da trovare, i burocrati e i politicanti di professione, chi muove la finanza e chi vive di parassitarismo difficilmente molleranno le briglie, ma è giunta l'ora di fare la voce grossa, ci siamo contati e siamo in tanti a dire che questa forma di Stato non ci sta bene.

Il realismo mi chiede dove possiamo sperare di arrivare.
Beh io dico che se questa onda d'urto di protesta contro lo Stato Centralista continua a restare coesa possiamo ambire a pretendere che una Regione, una Provincia possa ottenere lo status di Autonomia che oggi è riservata a poche Regioni e Province.

In questi anni di politica attiva mi sono speso parecchio, in compagnia principalmente di Claudio Bizzozzero che ha fatto il lavoro più duro, nel tentativo di unire i movimenti che si spendono in nome di una forma diversa di Stato: posso definirla una missione impossibile; troppe bandiere, troppi veti.
Occorre trovare una Bandiera grossa a cui dare un sostegno, una grande pianta che raccolga sotto i propri rami ogni indipendentista, ogni autonomista, ogni ribelle, ogni giusta causa.

Oggi credo di potermi spendere in una scommessa che si chiama "Grande Nord", certo non può mettere d'accordo ogni movimento alternativo allo Stato Itagliano, forse non può piacere a tutti per svariati motivi, ma è l'unico movimento presente sullo scenario politico attuale che sia in grado di sostituire la Lega in quello che è stata per anni: il collante di tutte le istanze anti Itaglia.
Il mio invito a tutti gli indipendentisti, a tutti gli autonomisti, ad ogni federalista è questo: uniamoci qui e facciamo il culo a Roma, le prossime elezioni regionali sono cruciali, facciamoci sentire uniti !!!

Giorgio Bargna


mercoledì 25 ottobre 2017

Si parte dai Referendum

Analizzare i risultati dei due Referendum sull'Autonomia rischia di essere difficile e rischioso; la situazione si apre a diverse sfaccettature, non sempre facili da mettere sotto analisi.

I numeri dicono che circa il 40 e il 60 per cento degli aventi diritto al voto nelle due Regioni chiedono quantomeno più Autonomia. Io credo fermamente che molti di loro sognino indipendenza, io faccio parte di questa categoria.

Parliamo di numeri che sono la caratura di un voto che è stato anche trasversale, un voto che ha compattato Partite IVA e maestranze in una protesta concreta rivolta contro uno stato vessatorio che sottrae loro almeno il 65% di quanto monetizzato col sudore della propria fronte; non un voto di classe dunque, ma un voto di sopravvivenza.

Già da ieri ogni fazione contrapposta guarda, secondo la propria convenienza, al fatto che il 50% dei cittadini delle due regioni più produttive del Nord si è espresso a favore dell' Autonomia, raccontando la propria verità.

Io vedo un bicchiere mezzo pieno. Un voto, che malgrado tutto quanto si è raccontato in questi giorni, non è stato di bandiera meramente politica. Un voto che ancora una volta segnala un disagio molto forte che deve essere ascoltato.

Qualche amico della sinistra più radicale ammiccava oggi che l' Emilia Romagna è arrivata gratis a chiedere quanto noi abbiamo chiesto con il Referendum di domenica. Penso che abbiano fatto bene questi amministratori ad intraprendere quel percorso perchè a loro basta un barlume di autonomia.

Il Lombardoveneto invece sogna altro, molto di più, è partito da quanto era possibile mettere in campo per iniziare un percorso ben più lungo che vuole portare quantomeno ad autonomie molto più marcate.

Sono in cuor mio convinto che ogni elettore domenica è andato a votare sognando la massima autonomia e bene ha fatto il Governatore Veneto ad alzare il tiro, li si deve arrivare passo a passo, partendo da questo bicchiere mezzo pieno.


Giorgio Bargna

mercoledì 18 ottobre 2017

I figli di Bacco

Scrissi questo post esattamente cinque anni fa su un'altra piattaforma...lo ritengo ancora attuale.

Non esco spesso di sera, ma quando mi capita girando per le vie di Cantù (ma so che la situazione è generale) rimango colpito dalla visione di locali (che spesso offrono offerte speciali in merito) pieni di giovani e adolescenti impegnati nel votarsi a Bacco e spesso rissosi e irresponsabili.

Sia chiaro, bere qualche bicchierino ogni tanto non lo disdegno nemmeno io, ma di questi tempi mi sembra che i ragazzi passino troppa parte del loro tempo davanti a colorati drink, a boccali di birra o a calici di vino rosso, rum,  liquori; sembra quasi riescano a trovare allegria e sorriso solo con l’alcool.

Leggendo articoli su carta stampata e rete esce il quadro di una generazione inebetita dall’alcool, spesso bevuto sin dal mattino, nei bar vicini alle scuole,  che sicuramente infonde euforia e baldanza ma che in contraltare fiacca lo spirito, riduce i riflessi, stermina memoria e emozioni, rade al suolo la concentrazione.

Ci viene spiegato che i giovani affogano nell’alcool ogni problema, dai lutti, alle separazioni dei genitori, agli incidenti, ai problemi di lavoro o amore, che nell’alcool vengono affogate insicurezza, impotenza, ingenuità, indecisione.
Ci viene spiegato che preferiscono evitare di combattere una società in netto disfacimento, stordendosi, per non vedere, per non capire.

Forse è un esagerazione quanto descritto, ma una cosa è certa, non esiste ormai più, in linea generale, quei punti di riferimento che erano la famiglia e la comunità e quindi si cercano altre muse, si seguono nuovi idoli, accattivanti dei, inebrianti slogan, ardite voghe … si vive un’esistenza fondata su party alcoolici e coma etilico, senza rispetto per se stessi e per la vita.

Qualcuno raggiunge la felicità solo in stato di ebbrezza, l’alcool cancella paure, angosce, dolori, aliena la voglia di lottare, le parole escono più fluide e l’animo si fa meno massiccio.

L’alcool aiuta a cancellare i problemi, ma a bere però non sono solo i falliti, i reietti, ma anche giovani di successo, intelligenti e di bella presenza, sereni, ricchi.

La colpa, probabilmente, è dovuta al male di vivere, un tarlo che corrode l’anima, apparentemente senza un motivo, un senso, un tarlo che diventa la tangibile forma di un malanno dovuto al “troppo” (in agi e diritti) ed al “nulla” (in affetti ed umanità) di questa società.

Non è mai tardi per cercare di modificare uno status a favore dei nostri figli, impegniamoci, 

Giorgio Bargna.

domenica 8 ottobre 2017

Il mio SI Lombardo

Da tempo rifletto sul Referendum abbastanza farlocco del 22 ottobre sull'indipendenza della Lombardia. 

Di seguito il testo che a mio avviso, per legge,  non porterebbe da nessuna parte se accolto:

Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?

La classica castronata fumosa di chi l'Indipendenza non la vuole per davvero e che sta bene così, seduto sui banchi di Roma e Milano.

Tendenzialmente il 22 Ottobre sarei andato, non al mare, vista la stagione, ma comunque in gita, vista la pochezza della posta in gioco. Questo se mi dovessi basare sul testo e sulla sostanza, ma giorni su "La Provincia di Como" ho letto un testo sul tema, firmato Marco Bassani, che mi ha portato a una riflessione.

Luigi Marco Bassani  è uno studioso che si è occupato principalmente della tradizione americana (da Thomas Jefferson a John C. Calhoun) e delle questioni teoriche che riguardano il dibattito sul federalismo, è stato collaboratore del professor Gianfranco Miglio all'interno della Fondazione Italia Federale, attualmente insegna Storia del pensiero politico contemporaneo ed è professore ordinario di Storia delle Dottrine politiche alla facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell'Università degli Studi di Milano.

Io ho avuto il piacere di conoscerlo durante una cena in cui nacque il progetto del "Fronte di Liberazione Fiscale" e  di rivederlo in seguito in alcuni appuntamenti di questo movimento, ma torniamo al concetto.

Sono anni, decenni, che in Lombardia a parole e con i voti si invoca l'autonomia...i fatti purtroppo non hanno ripagato...chi eletto su queste aspettative non ha ancora ripagato vent'anni dopo e non credo che abbia intenzione di farlo neppure oggi. Ultimo esempio concreto il Governatore Maroni che ci aveva promesso che il 75% delle tasse lombarde sarebbero rimaste sul territorio e che oggi rilancia con questo pseudotesto referendario.

Ma la politica non è basata solo sui fatti avvenuti, la politica è anche quanto gli elettori vogliono malgrado le azioni degli eletti. Gli eletti lombardi spesso hanno promesso autonomia e questo si aspettano probabilmente i loro elettori.

Di fatto questo Referendum ha un valore puramente simbolico,  eppure proprio qui casca l'asino.

Il deserto alle urne, oppure una vittoria del no, tarperebbero le ali al sogno indipendentista lombardo.

Roma rimarcherebbe il proprio potere e chi ci crede resterebbe senza argomenti. Già la Spagna, l'Europa lo fanno sui sogni Catalani che sono anni luce più avanti, figuriamoci sui Lombardi, sul Lombardoveneto.

Ci sono dei motivi validi però per andare a votare si, se si è Indipendentisti, se si è Federalisti, se si è Lombardi, contribuenti lombardi.

Innanzitutto si tratta di una conta, una vera...una conta che direbbe la verità a Roma e ai Lombardi...un grande numero di si o un grande numero di no avranno un peso enorme nel futuro prossimo in tema di Autonomia o Federalismo. Avranno un grande peso sul nostro futuro.

Poi ci sono i numeri dei soldoni e del sudore della fronte.

La Lombardia ha un bilancio di 23 miliardi e un residuo fiscale di 53 miliardi l’anno, in pratica regala a Roma un miliardo alla settimana. Trattenerne anche solo la metà significherebbe diventare la regione più sviluppata e moderna al mondo. Pensate che si potrebbe ad esempio abolire i ticket sanitari, tenere in ordine strade e scuole, aumentare i servizi sociali volti ai più bisognosi; senza andare a parlare  degli aiuti che potrebbero essere rivolti alle imprese, con beneficio per i titolari e per le maestranze. Pensate che la pressione fiscale automaticamente si abbasserebbe nel giro di pochi anni. Maggiore autonomia, quindi, significa più sviluppo e benessere per tutti.

Il mio sistema ideale è quello svizzero, un sogno praticabile negli anni se, veramente, gli abitanti di Lombardia e Veneto ci credessero convintamente.
Per tutte queste ragioni io voterò SI il 22 Ottobre ed invito voi a fare altrettanto, nel nome del vostro futuro, ma soprattutto nel nome di quello dei vostri figli.

Il referendum di Barcellona probabilmente non porterà ad una Autonomia immediata, ma oggi il mondo ha preso coscienza della questione catalana. Anche il meno informato oggi sa ormai riconoscere la bandiera della regione più ricca della Spagna. Il Referendum del 22 Ottobre è il primo passo per arrivare a questo.

VOTATE SI!!!

Giorgio Bargna





domenica 3 settembre 2017

Los von Rom

Gli ultimi 11 anni della mia vita hanno visto speso il mio tempo libero nella politica attiva praticata all'interno della "Coalizione Civica Lavori in Corso", grande ed affermato laboratorio politico locale canturino.

Sei anni di opposizione e cinque al governo della città quale aderente all'Assemblea del movimento, nove anni da membro della Segreteria Politica, un anno da Presidente del Movimento, due anni da Prosindaco di Vighizzolo formano il mio curriculum politico.

Le esperienze migliori, più importanti, più concrete,  senza dubbio sono stati gli anni da Prosindaco e i mesi in cui, in collaborazione soprattutto con Mimmo Arnaboldi, ho contribuito in modo altamente concreto a quelle modifiche dello Statuto Comunale che hanno finalmente istituito a Cantù gli "Strumenti di Partecipazione Politica" dei Cittadini.

Quella di "Lavori in Corso" è stata una grande esperienza che continuerò a praticare quasi sicuramente, ma questi anni, soprattutto i cinque di governo, hanno rafforzato in me un vecchio convincimento.

Possiamo cercare al meglio di governare un territorio locale, ma non ci riusciremo mai appieno finché saremo stretti nel giogo burocratico e partitocratico di questa Nazione centralista, accentratrice e vessatrice nei confronti degli enti locali e dei cittadini.

Continuerò dunque il mio percorso canturino, ma mi impegnerò insieme a qualche amico verso la ricerca dell'Indipendenza della Lombardia, ancor meglio, se possibile dell'Indipendenza, di una Regione Insubre.

Cercherò, cercheremo, non potrò farlo certo solo, un vero percorso indipendentista che nulla avrà a che vedere con quello di chi da anni si sciacqua la bocca con questo tema ma che in un quarto di secolo ancora non è riuscito a tenere sul territorio un centesimo in più pur governando a Roma e a Milano.

Buona Indipendenza a tutti,

Giorgio Bargna

martedì 8 agosto 2017

L'aperitivo

Già in altri miei articoli ho scritto, decantato dei bar, del loro significato sociologico, del loro valore "taumaurgico".
Spendiamo oggi qualche chiacchiera, più o meno fondata ed apprezzabile, su uno degli eventi social che hanno caratterizzato gli ultimi anni: l'aperitivo o, per essere più precisi, le sue evoluzioni moderne, l’apericena e l’happy hour; due varianti moderne degli aperitivi, accomunate dall’intento di rendere ancora più allettante il momento più atteso del giorno. L'italiano, si tratti di spritz, prosecco o cocktail è attratto senza dubbio da questo cerimoniale, e non si tratta certo solo di bicchiere e libagioni, si tratta sicuramente di un cerimoniale sociale e di un "premio" autoattribuito alla fine di una dura giornata lavorativa.

Non c'è da meravigliarsi, l'italiano è di principio un animale sociale, socializzante. Da sempre ha trovato validi motivi per riunirsi in piazze e locali, con o senza una motivazione importante o logica se non la socializzazione. L'aperitivo moderno è l'evoluzione della serie con il bicchiere tra le mani le chiacchiere scorrono fluide, la socializzazione ne trae profitto e si discute del frivolo e del solido degustando stuzzichini e cibo, gli italiani, si sa, sono dei buongustai.

Esplorando il web attraverso una breve ricerca scopro, inoltre, tramite questo articolo, che gli effetti del vino, croce e delizia di noi italiani, e delle altre bevande alcoliche sono noti e riguardano l’intero organismo, dallo stomaco al cervello, tuttavia, secondo i ricercatori dell’Indiana University, l’alcol agirebbe direttamente sul nostro cervello rendendolo più sensibile al profumo del cibo.

Vi è alla base del successo del moderno aperitivo anche una ragione essenzialmente economica.
Una cena consumata in un ristorante ormai è un evento economicamente poco sostenibile (soprattutto nelle grandi città), la formula dell’aperitivo, invece, prevede che il cliente paghi solo il prezzo di una consumazione, alcolica o meno: la bevanda sarà quindi servita con stuzzichini, pinzimonio e altro finger food di varia natura. Inoltre spesso e volentieri non entra in ballo un cameriere, si attinge il cibo direttamente al buffet, che spesso è basato su un’ampia scelta di primi caldi e freddi, insalate, tramezzini, cupcakes e chi più ne ha più ne metta.
La conseguenza diretta è che l’aperitivo spesso diventa una completa cena low-cost, cui gli italiani non sanno rinunciare.

Non so dirvi se questo articolo sia utile, so che da un aperitivo non sono mai tornato col muso ingrugnito.

Giorgio Bargna

mercoledì 26 luglio 2017

Nodo scorsoio

Scritto qui nel 2011.

I poteri forti quando devono organizzare una risposta a dei movimenti che si organizzano  nel tentativo di cambiare lo stato delle cose hanno due possibilità: lo scontro frontale o la strategia inventata da Quinto Fabio Massimo.

Anziché affrontare una battaglia che può rivelarsi pesante tutto sommato è meglio concedere buna controllata libertà sindacale, politica, di sciopero, di parola…ciò che conta è, di tanto in tanto, mediante repressione e disinformazione, eliminare dalla scena gli esponenti più efficaci, più intelligenti. Nella formuletta sono presenti, tra l’altro, oltre che a una rappresentanza parlamentare, formale più che sostanziale, forti (molto fuori misura) concessioni nei salari, nella sicurezza, nell’assistenza, nella previdenza, così da produrre un progressivo indebitamento pubblico.

La tattica prevede, è sintomatico, da decenni ormai, la presenza di una scuola pubblica, scuola però di stato, indottrinatrice, conformista e omologativa. Come già scritto, spesso in precedenza, si sono impiantate le mode e i piaceri consumistici, così da incoraggiare la spesa facile, e il progressivo indebitamento privato.
Questo lavoro performante negli anni mansueta le classi “inferiori” che non trovano più un senso di ribellione, ormai sono ingranaggi del sistema capitalistico/consumista, hanno delegato rappresentanze politiche e sociali alle caste e sono divenuti talmente passivi che trovano normale gli vengano scippati i “diritti” precedentemente concessi e  le “conquiste del lavoro”: gli stessi lavoratori firmano e votano le rinunce ai loro diritti salariali e normativi, nonché al welfare, perché “vedono” che, altrimenti, l’industria andrebbe fuori mercato e la finanza pubblica violerebbe i vincoli di bilancio.

In Italia è successo tutto questo e, come ho letto in un articolo che ispira questo, recita un proverbio inglese: “dategli corda, e si impiccheranno da sé”.

Vediamo un po’ il nostrano nodo scorsoio:
Abbiamo un lavoro fisso, senza dover essere per forza produttivi e con malattie molto flessibili
Scuole di tutti promossi
Sanità e welfare di larghe maniche
Libertà e divertimenti a iosa

Conseguentemente a questo:
Televisione di rimbecillimento, droga, sesso facile, nessun dovere o sacrificio, il tutto veicolato dalla cultura del piacere per il piacere e dello sballo
Indebitamento pubblico, con relativo schiavismo verso BCE e FMI
Disoccupazione e sottooccupazione, la recessione con relativo obbligo di accettare condizioni di lavoro e di vita sempre più grame e redditi in declino.

Recita Marco Della Luna, nel suo articolo: “Hanno voluto credito facile, al consumo, e glielo si è dato, persino per le vacanze; hanno voluto i mutui al 120% del valore della casa, e glielo si è dato; così li si è indebitati per bene, e ora sono costretti a erodere i loro risparmi, mentre vedono le loro case andare all’asta per pochi soldi, oppure le devono cedere alla banca che gliele ha finanziate, restando dentro come inquilini. Si sono fregate e inertizzate le classi lavoratrici semplicemente assecondandole, accontentandole nelle loro richieste miopi, spingendole a sentirsi borghesi e a coltivare bisogni, gusti e aspirazioni borghesi. Le si è accontentate nelle rivendicazioni di vantaggi particolari e immediati, ben contenti che dimenticassero quelle di classe, di sistema e di lungo termine. L’operaio, l’impiegato, vedono e vogliono i benefici immediati, e non considerano le loro conseguenze, non problematizzano la loro sostenibilità nei decenni, le ricadute sui loro figli delle apparenti conquiste di oggi. Non considerano gli interessi e i bisogni delle generazioni future, e scaricano su di esse il debito e le distorsioni strutturali comportate dal soddisfare oggi le aspirazioni della loro generazione”.

Politici, intellettuali, sindacalisti cavalcano l’onda del momento, dando unto alla corda, le classi “inferiori”, con l’aiuto dei soggetti citati, si impiccano da sole, pronte ad implorare  in ginocchio di poter lavorare per un pezzo di pane.

Giorgio Bargna

venerdì 30 giugno 2017

Formule di potere (Fascismi II)

Ho scritto più volte dei moderni fascismi, ma lo rifaccio e mi ripeterò anche in futuro.
Lo faccio e lo farò perché sono convinto che ai più sfuggono questi avversari moderni della democrazia, anzi i più, a mio avviso, sono inconsapevolmente prostrati a loro.

Forme di potere occulte (ma neppure troppo) e populismi minano la democrazia, la serenità e la sostenibilità delle nostre vite.

Tra i molti volti del fascismo moderno spicca quello delle classi dirigenti, il fascismo finanziario. Quello dei “colletti bianchi”, composto da banchieri e burocrati al soldo di FMI, Banca Mondiale, BCE i quali con un tratto di penna cancellano diritti e popoli.

E’ il fascismo tecnocratico europeo ad esempio, quello del “Patto di stabilità” ovvero dell’obbligo del pareggio di bilancio. Quello che ha dilaniato le Costituzioni, che ha cancellato le Banche Nazionali e la stampa della propria moneta condannando i popoli alla schiavitù per debito . E’ quello che ha dato ai Parlamenti Nazionali gli stessi poteri di un Consiglio Pastorale Parrocchiale che manda avanti le risoluzioni a colpi di “voti di fiducia” e che sforna continuamente sistemi elettorali dove l’uguaglianza dei cittadini nel voto è cancellata a favore di premi, sbarramenti ed altre diavolerie.

Si tratta di un fascismo che foraggia l’antipolitica, che genera e sponsorizza il populismo affinché non emerga alcuna  alternativa di sistema, che vuole che il cittadino si sfoghi contro la casta e non contro i padroni.

Come già scritto, illustrato, più volte scordatevi la camicia nera ed il fez … immaginatevi piuttosto una poltrona presidenziale, dell’aria condizionata ed un potente PC che decide tramite i click del proprio mouse la vita e la morte di milioni di persone; immaginatevi un “movimento” che sforna politiche economiche che sviluppano immigrazione in modo da tenere basso il costo del lavoro e creare una guerra tra poveri, una battaglia tra disperati immigrati e precari autoctoni.

Oggi vincere la battaglia contro le nuove forme di totalitarismo è difficile, il nemico non è facilmente identificabile, non è impersonato in carne ed ossa ma rappresentato da nomi e sigle di cui molti ignorano l’esistenza e il potere sovranazionale. Da qui l’illusione di cavarsela scagliandosi solo contro la classe politica, essa però è semplicemente la foglia di fico di interessi economico finanziari molto più sofisticati.

Torneremo sul tema prossimamente, oggi concludo con il pensiero di  George Orwell, personaggio che al pari di altri (cito P.P. Pasolini) la vista lunga:


Il potere non vuole individui che sappiamo chi sono, che possiedano un’integrità mentale inviolabile, che abbiano e abbiano sempre avuto pensieri indipendenti dalla volontà degli oligarchi. Non vuole, cioè, che esista una realtà esterna alla mente del Potere stesso; non vuole che due più due faccia quattro, perché se il potere stabilisce che fa 5 deve essere 5 per tutti. Il potere non vuole essere umani, bensì macchine; e per ottenerlo mette in campo le sue strategie: una sistematica opera di propaganda, la rimozione graduale e confortevole delle Libertà individuali, il rovesciamento raffinato dei significati delle parole. Si procederà, quindi, alla riduzione e semplificazione del linguaggio, all’abbreviazione e cancellazione dei termini in modo da non avere più parole per dire i pensieri. Si accosteranno termini abitualmente contrapposti tra loro fino a che i loro significati non saranno confusi, e allora l’amore sarà odio, la verità menzogna la libertà schiavitù. Si ridurrà la maggioranza in povertà. Si costringerà a lavorare per la sola sopravvivenza fisica, mai per il benessere. Le sole emozioni destinate ad esistere saranno la paura, la collera, l’esaltazione e l’umiliazione. Si realizzerà il fine supremo del Potere: controllare il corpo, ma soprattutto le menti degli esseri umani. Si realizzerà infine il regno delle tenebre: una confederazione di ingannatori che, per ottenere il dominio sugli uomini nel tempo presente, si sforzano, con dottrine oscure ed eronee, di estinguere la luce.

lunedì 1 maggio 2017

"Populismo" o "Libero Pensiero"?

Preso spunto da una recente intervista ad Alain de Benoist, che potete leggere qui.

Si parla di “populismo”, riflettendo su quanto trattato in un convegno tenutosi sul tema, un mesetto fa, a Milano.

Non viene difficile evincere che sia davvero “la crescente diffidenza di una parte sempre più ampia della popolazione non solo nei confronti della politica ‘classica’, ma anche rispetto alle élite mediatiche, economiche, finanziarie e istituzionali, che vengono percepite come oligarchie ripiegate su se stesse e preoccupate unicamente dei loro interessi” ad alimentare quel fenomeno che i “padroni del vapore” amano etichettare quale becero “populismo”.

Ad integrazione di quanto espresso nell’articolo ritengo che non solo lo scollamento tra i partiti di sinistra ed i propri elettori abbia alimentato il fenomeno dell’allontanamento dalla fiducia verso il sistema politico; anche i partiti di destra ormai hanno deviato la propria rotta e si sono pronati completamente al puro dominio commerciale, burocratico e tecnocratico.

Ogni partito tradizionale (ed i suoi derivati) ha ormai omesso di avere dei principi e degli orientamenti. Il Cittadino si ritrova orfano, non ha più punti di riferimento e rappresentanti di “settore” e quindi nella peggiore delle ipotesi alterna voti a questo e quel partito, nella migliore si astiene … io ribadisco un concetto che esprimo da anni: due sono le possibilità, o si “invadono” i partiti o se ne fondano dei nuovi, freschi e liberi dall’elefantiasi politica, burocratica e tecnocratica.

Come espresso anche nell’articolo, da questi presupposti germogliano le richieste di nuove forme di democrazia: democrazia diretta, partecipativa, referendaria e via dicendo; quelli che sono i valori fondanti della Lista Civica Canturina in cui milito, Lavori in Corso.

Come espresso nell’intervista ormai la situazione si è capovolta, il numero degli insoddisfatti doppia ormai quello dei gratificati ed inoltre bisognerebbe analizzare bene, vista la natura burocratica del nostro sistema, tra questi compiaciuti quanti lo sono in quanto parte attiva dell’ingranaggio.

Il così detto “populismo”, il “Libero Pensiero” come preferirei definirlo, è un fenomeno che ciclicamente non può che ripresentarsi, la storia si ripete continuamente con le proprie storture e conseguentemente sorge chi ambisce a rettificare il percorso … oggi però i “padroni del vapore” si ritrovano a confrontarsi con timori molto più enormi di quanti ne  avessero i propri predecessori.

L’epoca attuale è alimentata, oltre che da una maggiore cultura, dal ruolo di Internet come fonte alternativa d’informazione e dall’importanza assunta dalle reti sociali.

Quanto appena elencato contrasta concretamente l’operato di quei partiti tradizionali che tentano di imbrigliare il “popolo ribelle”, di operare nell’addescamento degli insoddisfatti, li limitano nell’attuazione di nuove opere di “fascismo”, più o meno cruento e/o lampante  che sia.

Nell’articolo de Benoist evidenzia un concetto che ormai diffondo, quale consolidato, da lungo tempo: “l’asse orizzontale è stato rimpiazzato da uno verticale: il popolo contro le élite, ‘ciò che sta in basso’ contro ‘ciò che sta in alto’.”

Prosegue poi con un altro concetto a me caro: “Le persone hanno ormai l’impressione che uomini ‘di destra’  e ‘di sinistra’ siano sostanzialmente legati alle stesse idee, e che a variare siano solamente le scelte dei mezzi per raggiungere gli stessi obbiettivi”.

Al termine della disamina il pensatore francese traccia le conseguenze pratiche di questa sorta di ribellione non ancora esplosa completamente: “La vittoria del populismo segna l’ora del declino dei grandi partiti governativi, che in passato si stagliavano sulla scena politica ma oggi non rappresentano altro che frazioni elettorali sempre più ridotte. Il Grecia, l’arrivo al potere di Syriza ha quasi fatto scomparire l’antico partito socialista, il Pasok. In Austria, le ultime elezioni presidenziali hanno visto opporsi un populista e un ecologista. Nei Paesi Bassi, nelle ultime elezioni il partito socialista ha perso ventinove deputati su trentotto. In Francia, il partito socialista sarà per la prima volta assente al secondo turno delle elezioni presidenziali, e potrebbe accadere la stessa cosa agli avversari ‘repubblicani’. Partiti che, alternandosi, sono stati al governo per più di trent’anni”.

Che ora il tutto si sviluppi in modo evidente anche in Italia è la mia speranza.


Giorgio Bargna

sabato 25 marzo 2017

(Seconda) Lettera aperta a Claudio Bizzozero

Caro Claudio, ti scrivo per la seconda volta in pubblico.

In pubblico perché un messaggio privato scorre via o si cancella, in pubblico perché ho la speranza di poter fare il bene tuo, di LiC e di Cantù.

Parto da lontano; sin da piccolo ho sempre seguito la cronaca e la politica, ricordo ancora i servizi di Antonello Marescalchi dalle alture del Golan e le tribune politiche di Ugo Zatterin.

Ho sempre seguito la politica senza praticarla attivamente.
Da quel ribelle che sono ho sempre pubblicizzato e votato (giunta l'età) quei movimenti che uscivano dal coro.

L'Msi perché messo fuori dall' "Arco Costituzionale", libero da "mani in pasta" e guidato da un leader affascinante come il mio omonimo Almirante.

I Radicali in quanto liberali, libertisti, sempre esclusi e sempre avanti un passo verso il progresso intellettuale ... guidati da un altro personaggio di grande carisma, Marco Pannella.

La Lega della prima e della seconda ora, quella ribelle e quella guidata da colui che sembrava un guerriero e da Gianfranco l'inarrivabile.

L'MSI si è smontato a Fiuggi, i Radicali si sono persi in mille alleanze che hanno svanito i loro sogni, la Lega si è disciolta come neve al sole davanti al Campanile di S.Marco una mattina di Maggio.

Una domenica di dieci anni fa fui avvicinato, uscendo da Messa, dagli attivisti di "Lavori in Corso". Federalismo Municipale, Responsabilità, Partecipazione, musica per le mie orecchie...otto giorni dopo entro per la prima volta nell'allora sede di Via Milano; amore a prima vista per il movimento e per il suo leader, una passione che vivo ancora.

In questi anni ho imparato molto su come si vive in comunità, di come si decide in gruppo, su come si ama e vive una città, su come ascoltando chi la pensa in modo diametralmente diverso da te si possa apprendere.

In questi anni ho ammirato la tua capacità di trovare sempre una risposta, una sintesi; la tua abilità a trovare la risoluzione ai contrasti che le due anime di LiC (da sempre presenti) mettevano in scena.

Poi i cinque anni di amministrazione: sei stato Sindaco e sei stato Claudio.

Sarò di parte, ma ritengo tu sia stato (grazie anche a chi ti ha affiancato) il miglior Sindaco che Cantù abbia avuto (almeno negli ultimi trent'anni) e questo resterà sempre il mio attestato di stima per te.

Sei stato però anche Claudio ed è anche questa una cosa che ho amato ... poi sei diventato sempre più Claudio e qualche volta ho faticato a capirti.

Oggi sei troppo Claudio, utilizzando anche termini che mi avevi insegnato a non utilizzare, e questo troppo Claudio non giova a me, a Cantù, a Lic, a Francesco e a quanti hanno creduto in te e in noi.

Ti chiedo, smetti di essere troppo Claudio e torna ad essere quel "Faro" che ci ha illuminato per anni.

Ti chiedo di non farmi perdere un altro "leader" in cui credere, di cui fidarmi; di non farmi pensare che allora è inutile impegnarsi.

Con affetto,
Giorgio