sabato 25 marzo 2017

(Seconda) Lettera aperta a Claudio Bizzozero

Caro Claudio, ti scrivo per la seconda volta in pubblico.

In pubblico perché un messaggio privato scorre via o si cancella, in pubblico perché ho la speranza di poter fare il bene tuo, di LiC e di Cantù.

Parto da lontano; sin da piccolo ho sempre seguito la cronaca e la politica, ricordo ancora i servizi di Antonello Marescalchi dalle alture del Golan e le tribune politiche di Ugo Zatterin.

Ho sempre seguito la politica senza praticarla attivamente.
Da quel ribelle che sono ho sempre pubblicizzato e votato (giunta l'età) quei movimenti che uscivano dal coro.

L'Msi perché messo fuori dall' "Arco Costituzionale", libero da "mani in pasta" e guidato da un leader affascinante come il mio omonimo Almirante.

I Radicali in quanto liberali, libertisti, sempre esclusi e sempre avanti un passo verso il progresso intellettuale ... guidati da un altro personaggio di grande carisma, Marco Pannella.

La Lega della prima e della seconda ora, quella ribelle e quella guidata da colui che sembrava un guerriero e da Gianfranco l'inarrivabile.

L'MSI si è smontato a Fiuggi, i Radicali si sono persi in mille alleanze che hanno svanito i loro sogni, la Lega si è disciolta come neve al sole davanti al Campanile di S.Marco una mattina di Maggio.

Una domenica di dieci anni fa fui avvicinato, uscendo da Messa, dagli attivisti di "Lavori in Corso". Federalismo Municipale, Responsabilità, Partecipazione, musica per le mie orecchie...otto giorni dopo entro per la prima volta nell'allora sede di Via Milano; amore a prima vista per il movimento e per il suo leader, una passione che vivo ancora.

In questi anni ho imparato molto su come si vive in comunità, di come si decide in gruppo, su come si ama e vive una città, su come ascoltando chi la pensa in modo diametralmente diverso da te si possa apprendere.

In questi anni ho ammirato la tua capacità di trovare sempre una risposta, una sintesi; la tua abilità a trovare la risoluzione ai contrasti che le due anime di LiC (da sempre presenti) mettevano in scena.

Poi i cinque anni di amministrazione: sei stato Sindaco e sei stato Claudio.

Sarò di parte, ma ritengo tu sia stato (grazie anche a chi ti ha affiancato) il miglior Sindaco che Cantù abbia avuto (almeno negli ultimi trent'anni) e questo resterà sempre il mio attestato di stima per te.

Sei stato però anche Claudio ed è anche questa una cosa che ho amato ... poi sei diventato sempre più Claudio e qualche volta ho faticato a capirti.

Oggi sei troppo Claudio, utilizzando anche termini che mi avevi insegnato a non utilizzare, e questo troppo Claudio non giova a me, a Cantù, a Lic, a Francesco e a quanti hanno creduto in te e in noi.

Ti chiedo, smetti di essere troppo Claudio e torna ad essere quel "Faro" che ci ha illuminato per anni.

Ti chiedo di non farmi perdere un altro "leader" in cui credere, di cui fidarmi; di non farmi pensare che allora è inutile impegnarsi.

Con affetto,
Giorgio


domenica 12 marzo 2017

Esci la piazza

E' stata messa alla luce e sviluppata nel 2016 un iniziativa fortemente voluta dall' "Associazione Civica Rugiada".

Nel 2012 è stata costituita la lista civica “Cantù Rugiada” per partecipare alle elezioni amministrative, oggi contiamo cinque rappresentanti del nostro movimento in Consiglio Comunale. Dallo stesso gruppo di persone è nata l’Associazione civica Rugiada che si pone come obiettivo la diffusione della partecipazione e della cittadinanza attive attraverso la promozione di progetti sociali. Tali progetti hanno come focus la riqualifica di luoghi pubblici danneggiati o caduti in disuso, così che possano essere restituiti alla città.



Si tratta del  progetto “Esci la piazza” che si pone l’obiettivo di riqualificare lo spazio verde presente in Piazza Piave, a Vighizzolo di Cantù (CO).

Per il finanziamento di questo progetto vengono utilizzate, insieme alle quote associative ed i gettoni di presenza dei cinque Consiglieri Comunali di Cantù Rugiada, le donazioni di altre Associazioni (vedi ad esempio l'altra Lista Civica canturina "Lavori in Corso") e di cittadini benemerenti; in questo modo le risorse che i canturini investono non vengono sprecate ma riutilizzate e la politica cessa di essere un mero costo per i cittadini, diventando una risorsa positiva per la collettività.

Il progetto “Esci la piazza” pone l’attenzione sullo spazio presente tra Piazza Piave e via Toti, che attualmente non è fornito di attrezzature adatte all’usufrutto dello stesso.

L’obiettivo è quello di rendere accessibile alla cittadinanza l’area, creando uno spazio ludico per l’infanzia.
In termini pratici si provvederà a:

•        mettere a dimora degli arbusti così da creare una piccola siepe lungo il perimetro della zona interessata per aumentarne la sicurezza;
•        rimuovere il cespuglio che occupa un lato dello spazio in modo da migliorarne l’accessibilità;
•        installare delle attrezzature ludiche in legno e dei componenti di arredo urbano per permettere ai bambini di giocare e contestualmente facilitarne la supervisione da parte dei genitori.

Nella foto di presentazione a questo articolo trovate il render dello spazio, completo dei giochi che si è pensato di inserire.

Come detto sopra la realizzazione di questo progetto si basa essenzialmente sulle donazioni, se ci tenete, se vi piace, se credete nel bene comune, aderite con una donazione, anche piccola.

Per le modalità rivolgetevi pure agli indirizzi in calce,

Referenti del progetto
Associazione Civica              rugiadacivica@gmail.com   
Andrea Colombo                   andre89.colo@gmail.com              320 0124360
Walter Brivio                         walter.brivio@gmail.com               349 4549245

oppure contattate me.

Grazie,

Giorgio Bargna

martedì 10 gennaio 2017

La metastasi e la terapia (II), la Burocrazia



Proviamo, continuando il ragionamento, a dedicare una paginetta alla Burocrazia. 

Se cerchiamo il significato nei motori di ricerca troviamo diversi risultati, a me piace la seguente descrizione: “Con il termine burocrazia si intende l'organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità, impersonalità. Il concetto fu definito in maniera sistematica da M. Weber nella sua opera "Economia e società", il quale considerò la struttura burocratica come espressione ed effetto dei processi di razionalizzazione e specializzazione delle comunità moderne nelle quali si sviluppa una relazione di subordinazione fra i cittadini e i pubblici funzionari, che conquistano la legittimità dell’esercizio del potere per la razionalità tecnica con la quale svolgono il loro operato. L'organizzazione burocratica costituirebbe così un momento fondamentale in questa legittimazione.

La realtà che noi conosciamo è quella che proverò a descrivere. 

Oggi parlando di Burocrazia ci riferiamo solamente al "potere degli uffici", ad una forma di esercizio del potere che si struttura intorno a regole impersonali ed astratte, procedimenti, ruoli definiti una volta per tutte e immodificabili dall'individuo che ricopre temporaneamente una funzione.

La Burocrazia, grazie al proprio moderno DNA, ha polverizzato la Meritocrazia all’interno degli apparati pubblici e (a pensarci bene) anche fuori. La Burocrazia moderna non è mai orientata verso dei valori, verso la positività, verso il bene comune, essa in sostanza si è materializzata in uno strumento tecnico  superiore a qualsiasi altra amministrazione che pretende di dimostrare di essere superiore ad altri modelli di amministrazione. 

Nel suo concetto moderno e concreto la Burocrazia si concretizza in un apparato al servizio di un potere politico. Il responsabile di un apparato burocratico è il funzionario che segue le direttive di un capo politico, mentre il capo politico muta a seconda delle vicende storiche.  Ma non sempre un capo politico ha il sopravvento ed i burocrati attuano i programmi dei politici interpretandoli e adattandoli, attenuandoli o ritardandoli. La burocrazia può anche rivelarsi nemica di un’amministrazione eletta, degenerando così il funzionamento delle pratiche amministrative ed impostando un rapporto disfunzionale tra potere politico e potere burocratico.

La Burocrazia oggi, qualunque sia il proprio rapporto col potere, si traduce in  rigidità, lentezza, incapacità di adattamento, inefficienza, inefficacia, lessico difficile o addirittura incomprensibile, mancanza di stimoli, deresponsabilizzazione, eccessiva pervasività, tendenza a regolamentare ogni minimo aspetto della vita quotidiana. Più che altri Paesi oggi l’Italia si manifesta quale sistema iperburocratizzato e ipercentrista , tutto procedure e poco raggiungimento degli obiettivi. Stiamo parlando del Paese con il maggior numero di  regole e norme, ma anche quello con il maggior numero di controlli amministrativi, nonché con il maggior numero di enti che si sovrappongono. 

L’antidoto è la Semplificazione (non occorre un genio per capirlo), che sarà possibile solo inseguendo quell'unica, risoluzione possibile citata ad inizio ragionamento il precedente articolo.

Proseguiremo presto la riflessione, 

Giorgio Bargna

venerdì 30 dicembre 2016

La metastasi e la terapia (I), l'Europa ed il Centralismo



Cercherò, in più spezzoni, di ragionare sui mali che affliggono l'Italia e sull'unica, a mio avviso, risoluzione possibile.

Da anni descrivo Centralismo, Burocrazia, Capitalismo e Partitocrazia quali mali incurabili che segnano il malessere della nostra Nazione già di per se, alla nascita, fondata su dei principi piuttosto mollicci. La spallata finale la ha assestata l'Europa Tecnocratica degli ultimi anni, la quale si è rivelata l'esatto opposto di quell'Europa dei Popoli che avrebbe dovuto rivelarsi fondamento di Democrazia, Autonomia, Responsabilità, Sostenibilità e Partecipazione.

Andrebbe concessa agli Stati Europei  la possibilità di istituire forme variabili di cooperazione territoriale scaturenti dalle aspirazioni e dai progetti comuni dei popoli. I tecnocrati di Bruxelles invece ci propinano una formula secondo la quale una maggiore integrazione economica e un’accresciuta centralizzazione del sistema politico facciano avanzare la cooperazione europea. Questa formula ci si sta rivelando ogni giorno sempre più fatale, come italiani e come europei, poiché non è radicata nella percezione della realtà quotidiana dei popoli.

La struttura europea da circa un decennio si sta impegnando nella demolizione dello stato del benessere e punta massicciamente nell’obbiettivo di salvare le proprie banche che si ritrovano in ginocchio a causa dei prestiti che hanno contratto con le economie in crisi. Nel nome della Stabilità sono state varate norme da parte dei Tecnocrati che hanno imposto lacrime e sangue ai cittadini di diverse Nazioni. La Troika, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale hanno costruito un marchingegno infernale grazie al quale, per ottenere i prestiti di cui avevano urgente bisogno, i paesi dell’UE hanno dovuto accettare misure draconiane che li hanno devastati, aumentando così la disuguaglianza tra i vari paesi dell'Unione e creando malessere nei rapporti tra essi.

L'Europa avrebbe dovuto essere fondata su un crescente benessere e sulla solidarietà  e contribuire a costruire una reciproca fiducia tra ”nemici tradizionali”.  Al contrario le varie modifiche ai trattati europei hanno mirato a rafforzare le forze di mercato, a ridurre la sovranità politica dei singoli paesi e a rafforzare, nel contempo, il dominio delle istituzioni dell’UE.

Ma dicevamo in testa alla pagina che i mali iniziano ben prima. 

L'Italia è uno Stato centralista, di conseguenza  possiede organismi centralizzati che hanno competenze su ogni materia e producono leggi equivalenti su tutto il territorio dello Stato. Teoricamente nella nostra Nazione è previsto qualche debole decentramento, improntato soprattutto a livello fiscale, di fatto però annullato della Legge di Stabilità in termini di spesa. Sono decentramenti fiscali grazie ai quali gli Enti Minori tassano, cercando così di porre rimedio al mancato invio di fondi da parte dello Stato Centrale e di mettere almeno in pareggio i Bilanci.

E' dai tempi del Risorgimento che si confronta su Centralismo e Federalismo. 

Noi Federalisti sosteniamo che una ampia autonomia delle varie aree consentirebbe un aderenza armonica tra le istituzioni dello Stato e le specifiche caratteristiche delle Aree Territoriali, soddisfacendo così di fatto, con maggiore efficacia, le esigenze e i bisogni di queste ultime. Il contraltare centralista sostiene invece che l'adozione di assetti federali in presenza di significative differenze geosociali non farebbe altro che accentuare e aggravare le divergenze. La storia italiana sinora non ha potuto dimostrare la veridicità della teoria federalista, ma di fatto ha smentito clamorosamente le tesi centraliste.

Proseguiremo presto la riflessione,
Giorgio Bargna

venerdì 9 dicembre 2016

Un NO alla borghesia globalista e cosmopolita



Qualcuno la sera del 4 Dicembre scorso sarà rimasto choccato nello scoprire che esiste, che perlomeno si sta sviluppando, un Italia che inizia ad aprire gli occhi, a rifiutare qualcosa, che lo ha fatto anche liberandosi dai piccoli e grandi condizionamenti che hanno segnato la campagna del sì; un Italia che senza barcollii ha accettato la sfida e l’ha vinta.

Di fronte ad un nemico politico (e Renzi politicamente è stato “bravo” a trasformarsi in questo) e reale l’Italia del popolo, delle partite IVA, dei disoccupati, dei precari (gente che aspetta fatti e non pugnette) si è schierata contro la grande finanza. Ha rispedito al mittente gli oboli governativi più o meno reali: i cinquanta euro per i pensionati, gli ottantacinque per gli statali, gli ottocento per le mamme, i cinquecento per i giovani.

L’Italia ha cassato riforme che servivano ad omologare l’Italia ai dettami dei potentati finanziari: nessun diritto garantito ed apertura massima al mercato. Si è ribellata ad un potentato che anziché risolvere i problemi quotidiani dei propri cittadini si è concentrata su politiche che riguardanti magari le coppie di fatto (che di per se non è una colpa) e le norme sul gender, riservando al popolo la flessibilità nei diritti, vedi come esempio il Jobs Act.

Non ha pagato Renzi & Co. quanto molti italiani ritengono di subire, a torto od a ragione: falle nel sistema sicurezza, la massiccia invasione di migranti travestiti da profughi coccolati ed alloggiati, la miseria sempre più diffusa tra i ceti intermedi e bassi, l’emigrazione dei giovani per mancanza di lavoro, l’eliminazione dei diritti e la folle politica di sudditanza dell’Italia alle direttive delle centrali di potere sovranazionali.

Gli elettori hanno percepito che questa borghesia globalista e cosmopolita declina dal risolvere i problemi essenziali che toccano la vita delle persone comuni ed hanno quindi rifiutato una riforma che andava a toccare temi molto distanti dai reali problemi della popolazione italiana; hanno percepito che “lorsignori che vestono chic” se ne fottono delle elementari necessità di pane lavoro e sicurezza avvertite dalle grandi masse popolari. Sicuramente ciò che oggi non è passato dalla porta, costoro cercheranno di farlo rientrare dalla finestra, ma ora gli italiani sono più vigili e pronti.

Avevano ragione i supponenti del SI, si è trattato di un accozzaglia nella formazione dell’esercito degli elettori del NO, ma in realtà si tratta di un esercito di diseredati, sfruttati, malvessati che orgogliosamente ha demolito le politiche renziane  e che se ne è altamente fottuto degli appelli della “grande stampa”, dello spread, dei rating, dei mercati, dell’andamento delle Borse.

Un’Italia che ha difeso il diritto a decidere di più, che cerca, chiede un vero cambiamento, un vero risparmio, una vera politica economica che consenta ai propri cittadini di vivere dignitosamente. 

E’ l’Italia dei corpi intermedi e della società reale che aspetta messaggi chiari e positivi, che tramite il referendum del 4 dicembre ha chiesto di voltare veramente pagina. La partecipazione al voto è stata di dimensioni enormi, si tratta inequivocabilmente di un voto popolare, non c’è spazio alcuno per interpretazioni e ad ambiguità.

Insieme alla riforma gli italiani hanno bocciato un premier,  quel Matteo Renzi, che ad inizio mandato si era presentato come uno straordinario innovatore,  quel Matteo Renzi  che da molti era considerato il Messia sceso sulla terra; il passare del tempo però ha dimostrato che quel Matteo Renzi aveva ben altro volto: quello di un premier sbruffone, voltagabbana, convinto di poter ingannare e illudere tutti con la sua “simpatica” parlantina.  Col tempo, con la mancanza di effetti concreti, la fiducia pian piano ha preso prima la forma della perplessità, poi quella della diffidenza ed infine ha cominciato a rasentare l’odio.

Gli italiani hanno bocciato l’establishment e le élite che hanno governato la globalizzazione, l’Europa e di fatto anche l’Italia, limitandone la sovranità e la possibilità di cambiare. Gli italiani vogliono un vero cambiamento, vogliono tornare padroni del proprio destino. 

E’ stato un Referendum rivolto al futuro, non si può ignorare che l’81% dei giovani dai 18 ai 34 anni ha scelto i No.

E’ ancora presto per fare salti di gioia, l’ho scritto nelle prime righe, si sta solo sviluppando questa “Giovine Italia”, ma intanto gli italiani hanno capito che non si possono cambiare le regole del gioco a gioco in corso, ma intanto gli italiani stanno iniziando a capire che qualcuno sta barando grosso e che quindi occorre “alzare il culo dai divani”, ma intanto gli italiani hanno capito che qualcuno malvessa celandosi dietro a dei "ce lo chiede l'Europa" o  "ce lo chiedono i Mercati"; il tutto alla faccia di quell’informazione asservita che regna sui media.

Cari borghesucci globalisti e cosmopoliti questa battaglia l’abbiamo vinta noi, vedremo il futuro cosa vi, ci, riserva.

Giorgio Bargna

martedì 29 novembre 2016

Il paese del Bengodi dirà no?

Pubblico quest'oggi un pensiero di Marco Tarchi, ricevuto tramite newsletter. E' incredibile come spesso spesso mi ritrovi d'accordo con lui e con Alain de Benoist, le anime della "Nuova Destra" italiana. C'è da leggere il finale. Anche io temo che in questo paese, popolato da fifoni e da gente con le mani in pasta alla fine prevarrà il no.

Premetto che non avevo in animo di pronunciarmi pubblicamente sul prossimo referendum, considerando più proficuo dedicarmi a elaborare e divulgare riflessioni metapolitiche, piuttosto che occuparmi di politica 'spicciola' (a cui mi devo dedicare a sufficienza professionalmente).

A farmi cambiare atteggiamento è l'insopportabile valanga di comparsate massmediali di Renzi, con annesse sbruffonerie, lezioncine imparate a memoria, trovate di marketing, falsità, furberie, sciocchezze a cui giornali e tv - pur assunte in dosi omeopatiche - mi costringono. Ed, insieme, la constatazione che alcuni dei luoghi comuni della narrativa renziana stanno facendo breccia in non poche delle persone con cui mi capita di scambiare qualche parola in argomento.

Di conseguenza, ho deciso di chiarire alcune delle molte ragioni che mi faranno votare NO e di aggiungere qualche considerazione sul perché suppongo e temo che mi troverò, ancora una volta, in minoranza.
In estrema sintesi:
- trovo questa riforma demagogica, ingannevole, raffazzonata e di netto ostacolo a miglioramenti futuri dell'assetto istituzionale, per molte delle sue caratteristiche. Ne indico solo alcune.
Dietro la facile propaganda sul (minimo) "taglio dei costi della politica" e sulla "maggiore efficienza del sistema", la trasformazione del Senato in una microcamera di nominati (compresi - allucinante! - membri scelti dal Presidente della Repubblica, che perpetuano l'obbrobrio dei senatori a vita) non fa altro che ampliare il potere di occupazione di ogni spazio decisionale del governo, che già l'osceno 55% di seggi concesso dalla legge elettorale - e la prassi invalsa negli ultimi due anni (vedi controllo ormai totale della Rai)

- rafforza a discapito di qualunque opposizione o minoranza. E l'astrusità dell'assegnazione per ambito delle proposte di legge, unita alla facoltà del Senato di avocarne altre per un parere, rende del tutto improbabile la tanto vantata accelerazione dei processi legislativi. Non parliamo poi dei criteri di scelta dei senatori, che riducono il già esiguo spazio di espressione della volontà popolare concesso dalla formula rappresentativa ai minimi termini.

Aumentando il numero delle firme necessarie per indire un referendum a 800.000, il "sequestro" dei processi decisionali da parte del governo diventa ancora più stringente. E l'obbligo di far discutere le leggi di iniziativa popolare dalla Camera è il classico specchietto per le allodole: dato il ferreo controllo dell'assemblea, saranno tutte respinte (a meno che non riguardino ambiti microsezionali, di scarsissimo interesse).

Il riordino delle competenze regionali, che avrebbe potuto essere opportuno, è volto, nel testo proposto, esclusivamente a bloccare anche su questo versante ogni ostacolo potenziale all'onnipotenza dell'esecutivo.
Chiamare tutto questo "deriva autoritaria" può essere eccessivo. Di certo è un "mani libere incondizionato" al governo. E io a nessun governo, ma meno che mai a quello di Renzi, di cui conosco a sufficienza personalità, modi di agire, amicizie e precedenti, sono disposto a concederlo. Senza contare che non ho mai ceduto al ricatto - imperversante da oltre vent'anni - della "minaccia di ingovernabilità". Come Sartori, credo che una dose di instabilità sia preferibile alla stabilità di un cattivo, o pessimo, governo. E ho sempre preferito, alla "governabilità", la capacità di rappresentare nel modo più fedele possibile le opinioni e le culture politiche presenti all'interno dell'elettorato (a proposito: chissà se qualche amico che si pensa ancora "missino nell'anima" e voterà sì si è mai chiesto cosa sarebbe accaduto del "suo" partito in un'Italia che avesse adottato una legge elettorale maggioritaria, soglie di sbarramento, premi di maggioranza...).

A convincermi ancor di più al voto NO sono anche alcuni degli stereotipi argomentativi dei renziani (di lungo corso e di complemento):

a) Non temo alcun salto nel buio. Non ritengo il M5S, né altri oppositori di Renzi, peggiori del PD e della sua attuale classe dirigente. Tutt'altro. Con i bistrattati populisti mi trovo spesso a concordare, pur non ignorandone i difetti. Con Renzi, Verdini, Alfano, Casini & Co. mi capita di trovarmi d'accordo una volta su 100, forse.

b) Non credo ad alcuna catastrofe economica nell'eventuale post-NO. Il catastrofismo si è già rivelato perdente nel dopo-Brexit. Malgrado il loro plebiscitario sostegno a Renzi, gli attori del "mercato" si adegueranno in fretta. Non hanno convenienza a fare altrimenti.

c) Non mi offende trovarmi su posizioni analoghe (anche) a persone che non stimo. Mi disgusterebbe molto di più stare dalla parte di Goldman Sachs e di tutte le altre banche d'affari, dell'ambasciata Usa, di Marchionne, dei commissari dell'UE, della Bce e di tutto il resto della congrega che tifa per il sì che avere per "alleati" (?) D'Alema, Fini & Co.

Mi fermo qui, anche se molto altro ci sarebbe da dire. Tuttavia, sospetto che vincerà il sì. Perché questo paese è rimasto essenzialmente democristiano, vive di furberie e di timori, adora plaudire al nuovo e praticare gli eterni vecchi vizi, si bea nel farsi abbindolare da promesse senza seguito e piccole gratificazioni periodiche, accetta in piena incoscienza

domenica 27 novembre 2016

Il Trattato di Lisbona



Scrissi nel periodo a cavallo tra novembre e dicembre 2009 una triologia di articoli sul “Trattato di Lisbona”.

Quanto viviamo oggi è figlio di questa e di altre scelte scellerate di chi ha gestito il potere nel nostro paese negli ultimi trent’anni, anche quaranta anni.

Lo ripubblico oggi in un’unica soluzione. Buona lettura.


Da qualche giorno il trattato di Lisbona è diventato esecutivo, vediamo utilizzando Wikipedia di cosa si tratta, poi una dichiarazione congiunta di due Presidenti di Repubblica (tra cui il nostro "illustrissimo" Napolitano)  e quanto scriveva Paolo Barnard (uno dei fondatori di "Report") qualche mese fà sul tema in causa, buona lettura.

Il Trattato di Lisbona (noto anche come Trattato di riforma) è il trattato redatto per sostituire la Costituzione europea bocciata dal 'no' dei referendum francese e olandese del 2005. È entrato ufficialmente in vigore il 1° dicembre 2009.
L'intesa è arrivata dopo due anni di "periodo di riflessione" ed è stata preceduta dalla Dichiarazione di Berlino del 25 marzo 2007, in occasione dei 50 anni dell'Europa unita, nella quale il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente del Consiglio dei ministri italiano Romano Prodi esprimevano la volontà di sciogliere il nodo entro pochi mesi, al fine di consentire l'entrata in vigore di un nuovo trattato nel 2009 (anno delle elezioni del nuovo Parlamento europeo).
Nello stesso periodo nasce a tal fine il cosiddetto "Gruppo Amato", chiamato ufficialmente "Comitato d'azione per la democrazia europea" (in inglese "Action Committee for European Democracy" o ACED) e supportato dalla Commissione europea (che ha inviato due suoi rappresentanti alle riunioni), con il mandato non ufficiale di prospettare una riscrittura della Costituzione basata sui criteri che erano emersi durante le consultazioni della Presidenza tedesca con le varie cancellerie europee.
Angela Merkel e José Barroso a Berlino per la celebrazione dei 50 anni dell'Europa unita, in occasione della quale è stata formalizzata la "Dichiarazione di Berlino", frutto di intensi colloqui precedenti che sono stati determinanti per trovare il consenso sul testo del Trattato di Lisbona.
Il risultato è stato presentato il 4 giugno 2007: il nuovo testo presentava in 70 articoli e 12 800 parole circa le stesse innovazioni della Costituzione (che aveva 448 articoli e 63 000 parole) diventando così il punto di riferimento per i negoziati.
Il Consiglio europeo di Bruxelles, sotto la presidenza tedesca, il 23 giugno 2007 raggiunse l'accordo sul nuovo Trattato di riforma.

(AGO PRESS) "Con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona si è aperta una nuova fase nella vita dell'Unione Europea, in un contesto mondiale profondamente cambiato e in piena evoluzione". Inizia così la dichiarazione congiunta del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e del presidente della Repubblica Federale di Germania, Horst Kohler, al termne dell'incontro svoltosi oggi al Quirinale. "L'Europa - hanno aggiunto i due capi di Stato -, può riaffermare il suo ruolo storico solo rafforzando la sua unità, la sua capacità di decisione e di azione, rinnovando e rendendo ancor più efficace il suo modello di crescita sostenibile, di progresso sociale, di democrazia della partecipazione e dei diritti. Il primo imperativo consiste nell'impiegare pienamente, concretamente e con coerenza, le nuove possibilità che il Trattato di Lisbona mette a disposizione dell'Unione per fare fronte alle sfide del nostro tempo tempo".

Paolo Barnard: Il Trattato di Lisbona. Altro che Cavaliere.

 E così, mentre tutti guardano da quella parte, da quell’altra accade il nostro destino, ma non c’è nessuno a osservare. Accade per esempio il Trattato di Lisbona, il quale, come tutte le cose che ridisegnano la Storia, che decidono della nostra esistenza, che consegnano a poteri immensi immense fette del nostro futuro, non è al centro di nulla, passa nel silenzio, non trova prime pagine o clamori di alcun tipo, nel Sistema come nell’Antisistema.

Pensate: stiamo tutti per diventare cittadini di un enorme Paese che non è l’Italia, governati da gente non direttamente eletta da noi, sotto leggi pensate da misteriosi burocrati a noi sconosciuti, secondo principi sociali, politici ed economici che non abbiamo scelto, e veniamo privati nella sostanza di tutto ciò che conoscevamo come patria, parlamento, nazionalità, autodeterminazione, e molto altro ancora. E’ il Trattato di Lisbona, vi sta accadendo sotto al naso, qualcuno vi ha detto nulla? Ribadisco: fra poco Montecitorio potrebbe essere un palazzo dove qualche centinaio di burocrati dimenticati si aggirano fingendo di contare ancora qualcosina; fra poco la Costituzione italiana potrebbe essere un poemetto che viene ricordato agli alunni delle scuole come un pezzo di una vecchia storia; fra poco una maggioranza politica che non sa neppure cosa significa la parola calzino potrebbe trovarsi a decidere come noi italiani ci curiamo, se avremo le pensioni, cosa insegneremo a scuola, come invecchieremo, o se dobbiamo entrare in guerra, e così per tutto il resto della nostra vita. Altro che Cavaliere, altro che Brunetta o Emilio Fede.

LE PUNTATE PRECEDENTI

L’Italia è parte dell’Unione Europea (UE), che è la versione moderna di un vecchio accordo fra Stati europei iniziato nel 1957 col Trattato di Roma, il quale partorì la Comunità Economica Europea (CEE), divenuta nel 1967 la Comunità Europea (CE). Si trattava di una unione prettamente commerciale, non politica, ma presto lo divenne: nel 1979 eleggemmo infatti il primo Parlamento Europeo, e fu lì che prese piede l’idea che questa vecchia Europa poteva dopo tutto diventare qualcosa di simile agli Stati Uniti (sempre per fini soprattutto economici). Nel 1993 nacque l’Unione Europea col Trattato di Maastricht, che sancì una serie di riforme eclatanti, fra cui dal 1 gennaio 2002 quella dell’Euro come moneta comune ai suoi membri. Nel 1957 erano sei le nazioni disposte a legarsi fra loro, oggi siamo in 27 membri nella UE, tutti Stati sovrani che sempre più agiscono secondo regole e principi comuni. Infatti, l’Unione Europea si è dotata già da anni di una sorta di proprio governo sovranazionale (che sta sopra ai governi dei singoli Stati dell’unione), chiamato Commissione Europea e Consiglio dei Ministri, di un Parlamento come si è già detto, e di un organo giudiziario che risponde al nome di Corte di Giustizia Europea. La UE ha persino una presidenza, che viene assegnata a rotazione agli Stati membri, e che si chiama Consiglio Europeo. Quindi: questo agglomerato di nazioni che da secoli forma l’Europa, si è lentamente trasformato in una unione che ha già un suo presidente, un suo governo, un suo parlamento e un suo sistema giudiziario. Cioè, quasi uno Stato in tutta regola. Fin qui tutto fila, poiché comunque ogni singolo Paese come l’Italia o la Germania o l’Olanda ecc. ha finora mantenuto la piena sovranità, e i suoi cittadini sono rimasti italiani, tedeschi, olandesi, gente cioè del tutto propria ma che ha accettato sempre più una serie di regole comuni nel nome dell’essere europei uniti e moderni.

Ma a qualcuno non bastava. Nelle elite politiche del Vecchio Continente sobbolliva sempre quell’idea secondo cui questa Europa degli Stati sovrani poteva, anzi, doveva diventare gli Stati Uniti d’Europa, ovvero un blocco cementato di popoli sotto un’unica bandiera, leggi comuni, governo comune e soprattutto un’economia comune. Una potenza mondiale. Ma la litigiosità che ci ha sempre caratterizzato come singoli Paesi, l’individualismo nazionalista, e l’attaccamento ciascuno alle proprie regole e tradizioni, erano l’ostacolo fra gli ostacoli. Infatti l’evidenza dell’andamento dell’Unione suggeriva che pur essendoci adeguati a una ridda di leggi europee, regolamenti e sentenze, ancora ciascuna nazione era ben salda negli interessi di casa propria, e in quel modo gli Stati Uniti d’Europa erano impossibili da realizzare. Occorreva qualcosa di unificante, di potente, più potente degli Stati e dei loro capricci. Cosa? Una Costituzione europea in piena regola, con tutto il potere proprio di una Costituzione.

Ed ecco che quei signori importanti che fanno politica fra Strasburgo, Bruxelles e il Lussemburgo si riunirono nel 2001 nell’anonima cittadina belga di Laeken, e decisero: scriveremo una Costituzione per tutte le genti d’Europa. Fu fatto, sotto la supervisione dell’ex presidente francese Valéry Giscard D’Estaing e con la figura in evidenza del nostro Giuliano Amato. Ma quei burocrati in doppiopetto fecero un ‘errore’: furono aperti e democratici, cioè permisero alle genti d’Europa di conoscere i contenuti della nuova Carta. Nel 2005, mentre noi italiani attivi giustamente perdevamo il sonno per le Tv del Cavaliere, i francesi e gli olandesi bocciarono la Costituzione in due referendum, accusando i burocrati europei di aver redatto un testo scandalosamente ignorante dei temi sociali e altrettanto parziale a favore dei grandi interessi economici. In altre parole: con quella Costituzione, gli Stati Uniti d’Europa sarebbero diventati il parco giochi dei falchi miliardari e terra dolente per le persone comuni, per me e per voi e per i vostri figli.

Fu uno shock per i doppiopetti blu, e soprattutto per i loro sponsor nelle corporate rooms d’Europa. Ricacciati nelle loro Mercedes blindate a suon di voti franco-olandesi, essi decisero la momentanea ritirata, ma non la resa. Infatti, la mattina del 13 dicembre 2007, mentre noi italiani attivi giustamente perdevamo il sonno per la scelta fra PD o Beppe Grillo, ventisette capi di governo europei si riunirono a Lisbona e decisero: ci si riprova, ma stavolta col cavolo che permetteremo ai cittadini di esprimere un parere. Nacque così il Trattato di Lisbona, scritto in segreto, firmato in segreto, segreto nei contenuti che sono praticamente impossibili da leggere, e segretamente persino peggiore della defunta Costituzione. Nel Trattato è sancito il nostro futuro con mutamenti così sconvolgenti da lasciare a bocca spalancata. La mia e la vostra vita, quella dei vostri figli, viene destinata lungo corsie d’acciaio che se definitivamente ratificate saranno quasi impossibili da mutare. Ma quelle corsie dove portano? Al nostro interesse di persone? Al nostro benessere? Alla nostra pacifica convivenza? Ce l’hanno chiesto? Abbiamo voce in capitolo? No, nessuno ce lo ha chiesto e voi non ne sapete nulla.

IL TRATTATO DI LISBONA IN SINTESI

E’ un impianto di regole europee raccolte in un Trattato che non è così come ce lo immagineremmo (un unico testo), ma è formato da migliaia di emendamenti a centinaia di regole già in essere per un totale di 2800 pagine. E’ stato fatto in quel modo con intento truffaldino e anti democratico, come spiego fra poco. Se ratificato da tutti gli Stati, esso diventerà di fatto una Costituzione che formerà la struttura per la nascita di un super Stato d’Europa, come gli Stati Uniti d’America, con una Presidenza, con un governo centrale, un Parlamento, un sistema giudiziario. Questo super Stato diventerà più forte e vincolante di qualsiasi odierna nazione europea. Tutti noi europei diverremo cittadini di quello Stato e soggetti più alle sue leggi che a quelle dei Parlamenti nazionali, pur mantenendo la cittadinanza presente (italiana, tedesca ecc.). Infatti le leggi fatte da questo super Stato d’Europa saranno vincolanti sulle nostre leggi nazionali, e saranno persino più forti della nostra Costituzione. Ma al contrario degli Stati Uniti, tali leggi verranno scritte da burocrati che noi non eleggiamo (es. Commissione Europea), mentre l’attuale Parlamento Europeo, dove risiedono i nostri veri rappresentanti da noi votati, non potrà proporre le leggi, né adottarle o bocciarle da solo. Potrà solo contestarle ma con procedure talmente complesse da renderlo di fatto secondario. Il Trattato di Lisbona infatti offrirà poteri enormi a istituzioni che nessun cittadino elegge direttamente (Consiglio Europeo che sarà la presidenza - Commissione Europea e Consiglio dei Ministri che sarà l’esecutivo - Corte di Giustizia Europea, che sarà il sistema giudiziario), le quali avranno persino la facoltà di far entrare in guerra l’Europa senza il voto dell’ONU. I poteri di cui si parla avranno principi ispiratori pericolosamente sbilanciati a favore del business, con poca attenzione per i bisogni sociali dei cittadini. Tutto il cosiddetto Capitolo Sociale del Trattato di Lisbona (lavoro, salute, scioperi, tutele, leggi sociali, impiego…) è miserrimo, con gravi limitazioni e omissioni, mentre sono sanciti con forza i principi del Libero Mercato pro mondo degli affari. Dovete ricordare mentre leggete queste righe, che stiamo parlando di un Trattato che potrebbe molto presto ribaltare la vostra vita come nulla da 60 anni a questa parte: nuovo Stato, nuova cittadinanza, nuove leggi, nuovi indirizzi di vita nella quotidianità anche più banale, sicuramente meno democrazia, e nessuno che ci abbia interpellati. Come sarà questa nuova esistenza? Migliore, o un salto indietro nella qualità di vita? Saremo più liberi o più schiavi degli interessi delle elite di potere? Anche nel Capitolo Giustizia il Trattato pone seri problemi. Ci sarà un organo superpotente, la Corte di Giustizia Europea, che emetterà sentenze vincolanti sui nostri diritti fondamentali e sulle leggi che ci regolano; la Corte sarà superiore in potere alla nostra Cassazione, al nostro Ministero di Giustizia, ma di nuovo sarà condotta da giudici nominati da burocrati che nessuno di noi ha scelto. Come interpreteranno i nostri diritti di uomini e di donne? Ci hanno interpellati?

Ed è qui il punto. Un Trattato col potere di ribaltare tutta la nostra vita di comunità di cittadini, viene scritto in modo da essere illeggibile ed è stato già ratificato (manca solo la firma dell’Irlanda, che terrà un referendum il 2 ottobre) dai nostri governi completamente di nascosto da noi, e volutamente di nascosto. Questo poiché una versione simile di questo Trattato (la Costituzione Europea) e con simili scopi fu bocciato da Francia e Olanda nel 2005, proprio perché scandalosamente sbilanciato a favore delle lobby di potere europee e negligente verso i cittadini. Scottati da quell’umiliante esperienza, i pochi politici europei che contano (il 90% non ne sa nulla e firma senza capirci nulla) hanno architettato una riedizione di quelle Costituzione bocciata chiamandola Trattato di Lisbona, e la stanno facendo passare in segreto dietro le nostre spalle.

Il Trattato di Lisbona contiene anche clausole di valore, che come ogni altra sua regola sarebbero vincolanti su tutti gli Stati, dunque anche su questa arretrata e cialtrona Italia, e limitatamente a ciò per noi non sarebbe un male. Tuttavia, la mole dei cambiamenti cruciali che porterebbe è tale e di tale potenza per la nostra vita di tutti i giorni e per i nostri diritti vitali, da obbligare chi vi  scrive a lanciare un allarme: il Trattato di Lisbona va divulgato alle persone d’Europa e da queste giudicato con i referendum. Pena la possibilità di un futuro molto, ma molto più gramo di quello che qualsiasi Cavaliere potrà mai regalarci.

L’APPROFONDIMENTO
Cosa è.
Il Trattato di Lisbona (di seguito chiamato il Trattato) non è una Costituzione europea, ma ne mantiene esattamente tutti i poteri. Esso non è neppure un trattato in sé, visto che nella realtà si tratta di una colossale mole di modifiche apportate ai due trattati fondamentali della UE, che sono: il Trattato dell’Unione Europea (TEU) e il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFEU). Ad essi viene aggiunto il Trattato di Nizza del 2003. Ogni singolo articolo del Trattato, inclusi gli annessi e i protocolli, assume una forza enorme, spessissimo sovranazionale, cioè più potente di qualsiasi legge nazionale degli Stati membri della UE.

L’astuzia e l’inganno.
L’intera opera è stata architettata in modo da essere incomprensibile e letteralmente illeggibile dagli esseri umani ordinari, inclusi i nostri politici. In totale si sta parlando di 329 pagine di diversi e disconnessi emendamenti apportati a 17 concordati e che vanno inseriti nel posto giusto all’interno di 2800 pagine di leggi europee. Questo labirinto non è accidentale. Come spiega il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde “i primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”. Il nostro Giuliano Amato ribadì il concetto appieno, in una dichiarazione rilasciata durante un discorso al Centro per la Riforma Europea a Londra il 12 luglio del 2007: “Fu deciso che il documento fosse illeggibile, poiché così non sarebbe stato costituzionale (evitando in tal modo i referendum, nda)… Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum, perché avrebbe significato che c’era qualcosa di nuovo (rispetto alla Costituzione bocciata nel 2005, nda)”. (fonte: EuObserver.com). Il sigillo a questo tradimento dei principi democratici fu messo dallo stesso Valéry Giscard D’Estaing in una dichiarazione del 27 ottobre 2007, raccolta dalla stampa europea: “Il Trattato è uguale alla Costituzione bocciata. Solo il formato è differente, per evitare i referendum”. I capi di Stato erano concordi questa volta: no al parere degli elettori, no ai referendum.
In Italia, il Parlamento ha ratificato il Trattato l’8 agosto del 2008 (già la data la dice lunga), senza alcun pubblico dibattito, senza prime serate televisive, e senza che fosse letto dai parlamentari votanti. Nel resto d’Europa le cose non sono andate meglio, data la natura semi clandestina del Trattato e la specificata intenzione di nasconderlo agli elettori. Ma in Irlanda è successo qualcosa di particolare. Lo scomparso politico Raymond Crotty denunciò la procedura presso la Corte Suprema del Paese, ed ottenne modifiche tali da imporre all’odierno premier Brian Cowen un referendum popolare finale sul Trattato (uno già ci fu nel 2008), che si terrà il 2 ottobre di quest’anno. Si tenga presente che un no irlandese affonderebbe anche questa impresa.

Preciso, ma poi continuo.
Una precisazione è di dovere a questo punto. Ciò che è sotto accusa non è il processo di armonizzazione dei popoli europei, né la possibilità di fonderci in un grande Paese federale europeo alla stregua degli Stati Uniti, né il fatto di avere una Costituzione e leggi comuni in sé. Anzi, per una nazione di cittadini cialtroni e incivilizzabili come l’Italia, il ‘bastone e la carota’ dell’Unione potrebbero essere l’unica speranza di rimanere all’interno del circolo dei Paesi evoluti, e di non sprofondare del tutto nei Bantustan del mondo cui oggi apparteniamo (non per colpa di Berlusconi, ma nostra). Ciò che invece è gravissimo, è rappresentato dal fatto che un cambiamento di portata storica come sarebbe  la nascita degli Stati Uniti d’Europa e la perdita del 90% della nostra autodeterminazione come popoli singoli, sta avvenendo secondo principi politici, economici e sociali che nessuno di noi conosce, che nessuno di noi ha discusso o votato. E un’analisi attenta del Trattato ci dice che quei principi sono pericolosamente contrari ai nostri interessi di persone comuni. Ci stanno riscrivendo la vita, nientemeno, e ci potremmo svegliare fra pochi mesi in un mondo che non abbiamo scelto e che ci potrebbe costare lacrime e sangue. Senza ritorno. Altro che “regime dello psiconano”.

Il potere al super Stato, e gli Stati odierni esautorati.
Il Trattato crea le basi legali per la nascita di un grande Stato unico europeo con poteri sovranazionali a tutto campo, cioè con leggi che saranno superiori a qualsiasi legge degli Stati membri (dichiarazioni 17 & 27). Questi poteri del nuovo super Stato d’Europa saranno estesi a 68 nuovi settori dove oggi gli Stati singoli hanno la possibilità di veto, che sarà perduta. Il Trattato sottolinea il ruolo subordinato dei Parlamenti nazionali nella nuova Europa, dove essi dovranno fare gli interessi dell’Unione prima che i propri (Art. 8c, TEU). Nel Consiglio Europeo, che sarà la sede della presidenza del nuovo super Stato, i partecipanti di ciascuna nazione dovranno rappresentare l’Unione presso gli Stati membri, piuttosto che rappresentare gli Stati membri presso l’Unione come accade ora. Essi poi, dovranno “interpretare e applicare le loro leggi nazionali in conformità con quelle dell’Unione”. La Commissione Europea assieme al Consiglio dei Ministri sarà l’esecutivo del super Stato d’Europa. Vi sarà come oggi un Parlamento e la Corte di Giustizia Europea sarà il sistema giudiziario.
Nel capitolo immigrazione le cose staranno così: la nuova Unione avrà frontiere esterne comuni, e deciderà a maggioranza chi potrà entrare e risiedere nei nostri territori, mentre i singoli governi perderanno il potere di decidere su ciò. Di nuovo, nessuno di noi cittadini potrà influenzare i criteri di quelle politiche, che potranno essere troppo permissive oppure disumane.
Si comprende già da questi primi aspetti del Trattato in quale misura drastica i poteri che oggi appartengono ai governi e ai Parlamenti che eleggiamo saranno trasferiti al nuovo super Stato europeo. Non è eccessivo dichiarare che siamo sulla strada per rendere Montecitorio e Palazzo Madama delle marginali rappresentanze di facciata. Le uniche aree dove ancora i Paesi europei manterrebbero autonomia decisionale sono la politica estera comune e la sicurezza. L’europarlamentare danese Jens-Peter Bonde ha dichiarato: “Non ricordo un singolo esempio di legge nazionale che non potrà essere influenzato dal Trattato di Lisbona”.

Dunque, super leggi vincolanti. Ma chi le farà?
Sarebbe naturale pensare che nei nuovi Stati Uniti d’Europa, verso i quali il Trattato ci spinge, saranno i rappresentanti eletti dal popolo a fare le leggi, come ovvio. Invece no. Il potere legislativo del nuovo super Stato, come accade già oggi nella meno vincolante UE, sarà ad esclusivo appannaggio di 1) La Commissione Europea che proporrà le leggi, ma che non è direttamente eletta da noi, 2) Il Consiglio dei Ministri che voterà le leggi, neppure esso direttamente eletto dai cittadini. Tenete presente che il ruolo del Consiglio è quasi un proforma, poiché funge praticamente da timbro alle leggi proposte dalla Commissione, visto che solo il 15% di esse viene discusso dai Ministri, e questo non cambierà col Trattato. Insomma, la Commissione Europea non direttamente eletta diverrà potentissima. Tutto ciò è grave. Il Trattato, inoltre, darà alla Commissione un elevato potere di legiferare per decreto, e le sue decisioni saranno persino vincolanti sulle Costituzioni dei Paesi membri. E così le leggi che potrebbero condizionale tutta la nostra vita futura saranno pensate da circa 3000 gruppi di lavoro della Commissione composti da oscuri burocrati che, ribadisco, nessuno ha eletto. Inoltre, questa istituzione non avrà più un Commissario per ogni Stato membro, ma solo due terzi dei Paesi saranno rappresentati a ogni mandato, per cui potrà accadere che una legge sovranazionale e vincolante cancellerà di fatto una legge italiana senza che neppure un italiano l’abbia discussa o pensata.
E allora il Parlamento Europeo? Il Parlamento Europeo non ha e non avrà alcun potere di proporre le leggi né di adottarle o di bocciarle da solo, non potrà votare sul PIL dell’Unione né sulle tasse, e sarà escluso del tutto dal deliberare su 21 settori essenziali su un totale di 90, anche se la sua sfera di competenza è stata estesa ad un numero maggiore di aree. Ciò che ho appena affermato sembra una contraddizione, ma non lo è. Infatti, il Trattato da una parte taglia le gambe al Parlamento (i 21 settori da cui viene escluso), e dall’altra gli dà un contentino (ampliamento aree di competenza), che contentino è visto che nel secondo caso i parlamentari potranno solo decidere ‘assieme’ al Consiglio dei Ministri, dunque non da soli come accade in tutte le democrazie del mondo. Oltre tutto, se anche i nostri eletti rappresentanti in Europa si impuntassero per contestare le leggi della Commissione, avrebbero una vita durissima. Il Trattato stabilisce in quel caso che: se i parlamentari vogliono contestare una legge proposta dalla Commissione dovranno ottenere una maggioranza qualificata nel Consiglio dei Ministri (cioè il 55% degli Stati) o una maggioranza assoluta di tutti i deputati europei. Si avrebbe così il paradosso di politici regolarmente eletti che devono sgobbare per contestare le decisioni di un ‘governo’ che nessuno ha eletto. Già oggi la Commissione si può permettere di snobbare persino i parlamenti nazionali degli Stati membri, come dimostra il fatto che fra il settembre 2006 e il settembre 2007 questi ultimi avevano spedito a Bruxelles ben 152 bocciature di leggi proposte dalla Commissione, col risultato di essere ignorati nel 100% di casi.
Un’ultima stortura insita nell’impianto legislativo europeo si chiama Principio di Sussidiarietà. Stabilisce che nel caso di non chiarezza su chi deve fare che cosa fra l’UE e gli Stati membri, il diritto di agire ricade su chi garantisce la maggiore efficienza. Ma che significa? E chi stabilisce che cosa sia efficiente per noi persone? Ve l’hanno mai chiesto? Ce lo chiederanno?
Il quadro che emerge dal progetto del Trattato vede in primo piano il macroscopico e sproporzionato potere della Commissione Europea, che, bisogna ricordarlo ancora, nessuno di noi elegge. Pensate che occorrerà un terzo dei Parlamenti nazionali europei per, non dico bloccare le proposte della Commissione, ma per ottenere che essa le riconsideri, senza alcun obbligo di altro. Nel frattempo, i Parlamenti nazionali perderanno ben 68 poteri di veto in Europa. Una esautorazione immensa, che, a prescindere dai meriti, nessuno di noi cittadini ha votato e approvato.

Cittadini… di che?
Siamo italiani, tedeschi, olandesi o spagnoli, ma col Trattato diventeremo “in aggiunta” cittadini del super Stato d’Europa (Art. 17b.1 TEC/TFU). Attenzione qui: finora, le regole della UE stabilivano che noi eravamo cittadini europei “come corredo” alla nostra cittadinanza nazionale. Il termine “aggiunta” è usato nel Trattato per esprimere una doppia nazionalità a tutti gli effetti, con però un gigantesco ma: dovete sapere che i diritti e i doveri di questa nostra nuova nazionalità saranno superiori a quelli stabiliti dalle nostre leggi nazionali in ogni caso dove vi sia un conflitto fra di essi, e questo per la sancita superiorità delle leggi dell’Unione rispetto a quelle nazionali e persino rispetto alle nostre Costituzioni. Al di là del merito, è inquietante sapere che potremmo essere obbligati a fare cose non previste dalle nostre leggi, senza aver avuto alcuna voce in capitolo, come al solito.

In campo internazionale.
Il Trattato creerà uno Stato superiore agli Stati membri esattamente come gli Stati Uniti sono superiori ai singoli Stati americani. Esso avrà il potere di firmare accordi internazionali con altri Paesi del mondo, e questi accordi saranno vincolanti su ogni Paese membro anche se i suoi parlamentari sono contrari, e avranno precedenza sulle sue leggi.  Avrà il potere di entrare in guerra come Europa e senza l’autorizzazione dell’ONU, lasciando ai singoli Stati il solo potere di “astenersi costruttivamente” (che significa poi collaborazionismo), e imporrà inoltre agli Stati membri un aumento delle spese militari. Il Presidente della nuova Unione non sarà eletto dal popolo come negli USA, ma potrà rappresentarci nei rapporti con Paesi cruciali come l’America, la Russia o la Cina, che non dialogheranno più con i nostri attuali governi su una serie di importanti affari internazionali.

I padroni del vapore.
Uno dei motivi per cui i francesi e gli olandesi bocciarono la Costituzione europea nel 2005, fu che essa magnificava i diritti del business lasciando le briciole ai diritti dei cittadini. Quella Carta fu infatti definita “socialmente frigida”. Il Trattato di Lisbona non altera in alcun modo questo stato di cose, ed è grave. Il problema, gridarono allora i detrattori della Costituzione, era che essa sanciva con forza il principio economico della “libera concorrenza senza distorsioni”, un principi che all’orecchio del profano può anche suonare giusto, ma che nel gergo delle stanza dei bottoni di tutto il mondo significa: privatizzazioni piratesche (ovvero svendite a poche lire ai privati) di tutto ciò che fu edificato con le nostre tasse, speculazioni selvagge nel commercio, precarizzazione galoppante del lavoro e dei diritti di chi lavora, tagli elefantiaci alle nostre tutele sociali e poi… ipocrisia sfacciata, con la notoria regola del ‘capitalismo per i poveri e socialismo per i ricchi’. Cioè: meno salvagenti sociali alla popolazione, ma poi ampi salvataggi di Stato quando è il business a finire nei guai. Infine, la ‘libera concorrenza senza distorsioni’ applicata al commercio europeo significa nessuna tutela di Stato nei Paesi svantaggiati ma sovvenzioni statali miliardarie per le economie opulente dei Paesi ricchi.
Quindi, la ‘libera concorrenza senza distorsioni’ sarà di nuovo sancita nero su bianco dal Trattato, nonostante fosse stata bocciata nella Costituzione. La si trova infatti in una dichiarazione vincolante del Protocollo 6. Come dire: ciò che fu cacciato dalla porta di casa, rientra dalla finestra. Ma c’è molto altro.
Il Trattato, per esempio, dà priorità all’aumento della produzione agricola europea che già oggi è sovvenzionata dall’Unione a suon di 1 miliardo di euro al giorno, ma non spende una parola sulle condizioni di lavoro dei braccianti né sull’impatto ambientale dell’espansione di quel settore, che è fra i più inquinanti del mondo (idrocarburi, pesticidi, consumo acqua…). Ancor più grave è il capitolo del Trattato sul diritto di sciopero, dove si prevede un assoluto divieto se esso ostacola “il libero movimento dei servizi”, una clausola che sarà aperta a interpretazioni selvagge; scioperare sarà altrettanto vietato quando colpirà un’azienda straniera che paga salari da miseria in Paesi europei dove il salario medio per lo stesso lavoro è del doppio; si immagini a quali sfruttamenti si andrebbe incontro, col corredo di gravi instabilità e tensioni sociali. Infine, diventa illegale pretendere nei pubblici appalti il rispetto di alcune contrattazioni salariali già acquisite, altra voragine. In tema di salute, il Trattato ha in serbo un pericolo non minore: il capitolo sui diritti del paziente è inserito fra le regole del Mercato Interno, e non in quelle dedicate alla sanità. Innanzi tutto questo significa che per decidere sui diritti di noi ammalati (perché lo saremo tutti nella vita) sarà necessaria solo la maggioranza qualificata dei voti e non l’unanimità, ma soprattutto spaventa trovarsi da ammalati nell’ambito del Mercato, che con la salute non ha proprio nulla a che vedere, come già sappiamo drammaticamente dalla nostra vita quotidiana.
Verremo privati anche del diritto di favorire certi settori della nostra economia anche se chiaramente svantaggiati. Se uno Stato membro deciderà di offrire un trattamento di favore ai propri cittadini in certi aspetti del vivere comune, potrà essere sanzionato. Se deciderà di aumentare l’occupazione pubblica a spese dello Stato per superare una crisi occupazionale (alla New Deal di Roosevelt) sarà sanzionato. La Banca Centrale Europea (BCE) ha il potere di imporre a tutti la stabilità dei prezzi a scapito della piena occupazione. E la BCE sarà arbitro assoluto e incontrastabile delle politiche monetarie, che non di rado significano per noi cittadini indebitati lacrime e sangue (mutui, tassi ecc.). Il Trattato non prevede alcun meccanismo per ridistribuire la ricchezza fra i cittadini ricchi e quelli in difficoltà all’interno dell’Unione; non prevede una politica comune in tema fiscale, salariale e sociale. Non prevede infatti alcun metodo per finanziare il già misero Capitolo Sociale del nuovo super Stato europeo, poiché fra le migliaia di articoli pensati con oculatezza, guarda caso manca proprio quello che armonizzi le politiche fiscali/monetarie/economiche con quelle sociali. Guarda caso.
Scorrendo queste righe, risulta chiarissimo il perché i bravi francesi e olandesi hanno bocciato queste stesse regole quando furono presentate nella Costituzione europea. Qui di sociale c’è poco più del nome. E il sociale è la rete di sicurezza nella mia e nella tua vita di tutti i giorni.

La Giustizia. I Diritti.
In questo settore, il Trattato adotta appieno la Carta dei Diritti Fondamentali, che diventa vincolante per tutti i cittadini del nuovo super Stato d’Europa (Art.6 TEU). Chi deciderà interpretando di volta in volta questi diritti con potere unico sarà la Corte di Giustizia Europea con sede nel Lussemburgo. Infatti, secondo le regole già spiegate in precedenza, anche qui le decisioni della Corte avranno potere sovranazionale e dunque saranno più forti di qualsiasi legge degli Stati membri. Esse poi avranno potere di condizionare ogni singola legge esistente nella UE. Ma chi impedirà alla Corte di interpretare un diritto odierno di un singolo Stato membro in senso più restrittivo? Vi do un esempio: in Svezia, una legge permette ai burocrati di Stato di fare ‘soffiate’ ai giornalisti, per cui il governo non può pretendere che il reporter sveli poi le fonti di uno scandalo pubblicato. Se la Corte decidesse che ciò è illegale, addio avanzatissima legge svedese. E vi ricordo che quando il collega tedesco Hans-Martin Tillack fu arrestato per aver denunciato lo scandalo Eurostat (fondi neri dell’agenzia di statistica della UE), la Corte di Giustizia Europea approvò l’arresto.
Ma chi nomina quei giudici? Nessuno dei cittadini europei, è la risposta. Li eleggono i governi, e questo li rende di fatto a loro soggetti. In altre parole, le sentenze sui nostri diritti fondamentali e sulle leggi che ci governano saranno nelle mani di magistrati del tutto fuori dal nostro controllo e secondo leggi, non lo si dimentichi, fatte da burocrati non eletti. Questo prevede il Trattato di Lisbona, all’apice di almeno duemila anni di giurisprudenza ‘moderna’. Inoltre, ciò che viene deliberato in seno alla Corte di Giustizia Europea avrà precedenza su quanto deliberato dalle nostre Corti Supreme, Cassazione, e da altre Alte Corti europee. Essa ha il potere persino di influenzare la tassazione indiretta (IVA, catasto, bolli ecc.).
Tutto questo è improprio, irrispettoso del diritto dei cittadini di decidere del proprio vivere, visto che siamo e ancora rimaniamo in teoria gli arbitri finali delle democrazie. Qui siamo completamente messi da parte, ingannati e manipolati, con rischi futuri colossali a dir poco. Ma il realismo di cittadino italiano mi impone di aggiungere un altro distinguo. In un Paese come il nostro dove la nostra inciviltà ha portato in Parlamento dei bifolchi subculturati e violenti come i seguaci di Bossi e altri, il fatto che in futuro gli articoli della Carta dei Diritti Fondamentali e del Trattato di Nizza (diritti di prima, seconda, terza e quarta generazione; dignità umana; minoranze; diritti umani; no pena di morte; diritti processuali ecc.) saranno vincolanti in Italia potrebbe essere la salvezza, nonostante i pericoli che ho delineato. E queste considerazioni mi portano a dire che la critica al Trattato di Lisbona fatta dalla prospettiva italiana è un affare ambiguo, poiché se è vero che quel Trattato potrà da una parte travolgere in negativo le nostre vite e drammaticamente il futuro dei nostri figli, è anche vero che certa barbarie e mediocrità a tutto campo degli italiani rendono impossibile capire dove sia la padella e dove la brace, ovvero se ci farà più male entrare nell’Europa di Lisbona o rimanere l’Italia sovrana di oggi. La risposta sarebbe né l’una né l’altra, certo, ma il rischio per noi italiani di combattere e vincere la battaglia contro l’inganno del Trattato, è poi di ritrovarci qui a soffocare nella melma italica senza neppure l’Europa a mitigarla. Questo va detto per onestà.

Conclusione.
Se ripercorrete i capitoli principali che vi ho esposto, non potrete non rendervi conto che come sempre i grandi giochi che regoleranno ogni futuro atto della vostra vita di cittadini si decidono altrove e in segreto, mentre nessuno nell’Italia che protesta contro il secondario berlusconismo vi aiuta a capire cosa e chi veramente aggredisce la democrazia, e chi veramente tira le fila della vostra esistenza. E’ scandaloso che si sia pensato agli Stati Uniti d’Europa come a un colosso di potere in mano a oscuri burocrati non eletti e massicciamente sbilanciati verso il business, con le briciole lasciate a quel fastidioso ‘intralcio’ che si chiama popolo. E il tutto di nascosto. Questa macchina va fermata e la parola va restituita a noi, i cittadini, attraverso i referendum, come accade in Irlanda. Il Trattato di Lisbona pone 500 milioni di esseri umani in bilico fra due possibilità: un dubbio progresso, o la probabile caduta in un abisso di dominio degli interessi di pochi privilegiati su un oceano di cittadini con sempre meno diritti essenziali. Sto parlando di te, di me, di noi persone.
Ma noi italiani attivi siamo giustamente impegnati a discutere di Tarantini, di Papi, di “farabutti” e di "psiconani". Giustamente.

Le fonti di questo articolo:
Il Trattato di Lisbona, http://bookshop.europa.eu/eubookshop/bookmarks.action?target=EUB:NOTICE:FXAC08115:EN:HTML&request_locale=EN
From the EU Constitution to the Lisbon Treaty. The revised EU Constitution analysed by the Danish member of the two constitutional Conventions, Jens-Peter Bonde.
The Treaty of contempt Robert Joumard, Michel Christian and Samuel Schweikert (Commission for European Integration, Attac Rhône) September 7, 2007
An analysis of the Lisbon Treaty by Prof. Anthony Coughlan, The Brussels Journal. European and constitutional law by Anthony Coughlan, Secretary of the National Platform EU Research and Information Centre, 24 Crawford Avenue, Dublin 9, Ireland.
The Reform Treaty: Treaty of Lisbon: di Giuseppe Bronzini - Magistratura Democratica,da  Budgeting for the Future, Bulding Another Europe, Sbilanciamoci 2008.
From Constitution to Reform, or from bad to worse. Susan George - Chair of the Transnational Institute.